Nicola Grassi
(Zuglio, 1682 - Venezia, 1748)
La carità romana (Le tre età)
Appartenente al vivace panorama veneziano del Settecento, Nicola Grassi si afferma come il più eminente tra i pittori carnici, attivo nella città di San Marco dalla giovinezza sino agli ultimi anni della sua vita. Contrariamente a quanto sostenuto per lungo tempo, la sua formazione si svolse non in ambito friulano –più periferico e per certi versi ancora attardato – ma nel cuore pulsante della cultura figurativa veneziana, con uno sguardo costantemente rivolto alle tendenze più aggiornate del tempo. Determinante fu per il pittore l’insegnamento di Nicolò Cassana, maestro raffinato e incline al naturalismo luminoso, che lasciò impronte profonde nella produzione di Grassi: dai tipi fisionomici - in particolare femminili- alla pennellata densa e lucente, fino alla consuetudine di tornare ciclicamente su temi già trattati, rielaborandoli con accenti nuovi nel corso della carriera. Questo alunnato, già attestato da Zanetti nel 1771, è da collocarsi verosimilmente negli ultimi anni del XVII secolo. La frequentazione della bottega di Cassana offrì al giovane Grassi anche l’opportunità di accostarsi ad alcuni dei principali protagonisti della scena pittorica veneziana del tempo, tra cui Rosalba Carriera, Sebastiano Ricci, Giovanni Antonio Pellegrini. Un ambiente ricco di stimoli, in cui coesistevano – e talvolta si contaminavano – poetiche opposte: da un lato il plasticismo emotivo e tenebroso di Piazzetta e Bencovich; dall’altro la levità ariosa di Ricci, prologo ideale alle grazie delgusto rococò, poi sviluppate da artisti quali Giovanni Antonio Pellegrini, Giovan Battista Pittoni e Jacopo Amigoni. Una testimonianza significativa della fase più matura dell’opera di Grassi è rappresentata dal dipinto Carità romana, già nella collezione Lauro di Bologna e datato attorno al 1720-1722. Presentato da Vittorio Sgarbi come Le tre età nel convegno internazionale dedicato al pittore, il dipinto è stato pubblicato con il titolo Carità romana, e avvicinato per affinità cromatiche e stilistiche alla tavola con Sant’Antonio da Padova col Bambino conservata al Museo di Udine, pervia del medesimo cromatismo chiaroscurale, la nettezza dei contorni e il predominio delle tonalità brune. L’opera, letta a una prima visione come rievocazione del celebre episodio di Cimone e Pero – esempio estremo di pietas filiale tratto dalla tradizione latina – presenta tuttavia alcuni elementi iconografici inediti che arricchiscono e ampliano la lettura del soggetto. Alla sinistra della scena, un tamburello con sonagli e soprattutto una piccola girella, giocattolo tenuto dal putto, introducono un linguaggio allegorico più articolato. Quest’ultimo elemento, tipico attributo dell’Inquietudine, della Follia o dell’Infanzia, si carica di significati simbolici ulteriori, evocando l’ingenuità dell’età puerile e suggerendo una lettura dell’opera come intensa meditazione sul ciclo della vita. Il dipinto si articola secondo un calibrato equilibrio compositivo, in cui i tre personaggi sono disposti in forma circolare, evocando con raffinata sottigliezza la continuità del tempo. Sulla destra, Cimone – vecchio barbuto e ammanettato – si curva verso il bambino con un’espressione sospesa tra stupore estruggimento, quasi a voler cogliere in lui l’eco di un ricordo remoto. Al centro, la giovane Pero rappresenta la pienezza della vita: accoglie tra le braccia il figlio con un gesto di amorevole protezione e, con l’altra mano, copre le spalle nude del padre con una pelle animale, in un gesto che sublima la compassione in carità. La figura della donna, solida e armoniosa, si fa cardine della composizione, connettendo i due estremi dell’esistenza in una sintesi visiva di grande eloquenza. Ella è il presente, la forza generatrice, il fulcro dell’essere. Infine, il piccolo lattante nudo, appena emerso dall’alba dell’esistenza, gioca e guarda la madre con occhi curiosi. Il suo corpicino, delicato e candido, è illuminato simbolicamente da una luce più chiara. Sullo sfondo, appena accennata, una finestra allude alla prigione di Cimone. L’opera si configura così come allegoria del tempo umano: un dialogo silenzioso tra passato, presente e futuro, in cui gli sguardi, i gesti ele posture si rincorrono con armonia poetica. Il tempo, pur invisibile, è qui raffigurato attraverso una regia compositiva calibrata e carica di pathos. Il profilo del vecchio richiama quello del povero senza mantello nella pala di Cividale, mentre la figura centrale femminile trova affinità con le eroine profane dipinte da Grassi ad Augusta. Tali consonanze, unite a richiami stilistici riscontrabili in uno dei nudi conservati al Metropolitan Museum di New York, suggeriscono con coerenza una datazione dell’opera alla prima metà del quarto decennio del Settecento.
La carità romana (Le tre età)
1740 – 45, olio su tela, cm 116 x 150,5
Provenienza: Collezione Lauro, Bologna
Pubblicazioni:
AA. VV., Nicola Grassi e il Rococò europeo. Istituto per l’Enciclopedia del Friuli Venezia Giulia, Udine: Missio, 1984, p. 187, fig. 198;
Stanze Bolognesi. La Collezione Lauro. Catalogo a cura di D. Benati, P. Giordani. Milano, 1994, fig. 84;
E. Lucchese, Nicola Grassi. Zel, 2018, p. 259,fig. 153.Bibliografia: E. Lucchese, Nicola Grassi. Zel, 2018.


