Francesco Albotto
(Venezia, 1721 - 1757)
Capriccio con paese lagunare
Già conservata presso la prestigiosa Galleria Frost & Reed di Londra, che ne proponeva l’attribuzione a Michele Marieschi – come attesta l’etichetta inventariale applicata al telaio, risalente circa al 1950 – la seducente veduta capricciosa, intrisa di luci cangianti e sfumature morbidamente stemperate nella lontananza, è oggi considerata opera di Francesco Albotto, brillante allievo e continuatore del linguaggio marieschiano. Nato a Venezia nel 1721, Albotto si formò nell’ambiente operoso della bottega di Marieschi, alla quale si accostò verso la fine degli anni Trenta del Settecento. Dopo la scomparsa prematura del maestro, assunse la direzione dell’atelier situato in contrada San Luca, suggellando il passaggio di testimone anche sul piano personale con il matrimonio, nel 1744, con la vedova Angela Fontana. Iscritto alla Fraglia dei pittori veneziani dal 1750 al 1756, morì nella sua città natale nel 1757, all’età di soli trentacinque anni. L’adozione dell’appellativo di “secondo Marieschi” rispondeva a un’intelligente strategia identitaria: sfruttare l’eco della notorietà del maestro per perpetuarne la produzione e la fortuna commerciale, mantenendo una tale aderenza stilistica da rendere per decenni arduo distinguere le rispettive mani. La svolta attributiva giunse nel 1972, con la comparsa di una veduta di Palazzo Ducale (1), firmata integralmente sul verso con l’iscrizione Francesco Albotto F. in Cale di ca Loredan S. Luca. Fu Rodolfo Pallucchini (2) a dare rilievo alla scoperta, cogliendone il valore cruciale per una riconsiderazione critica della personalità di Albotto e della sua autonomia stilistica. La possibilità di confrontare la pittura documentata con altre vedute precedentemente assegnate a Marieschi – anche grazie alla presenza di attendibili riscontri topografici – ha permesso di ricostruire un corpus coerente di opere, comprendente non solo vedute urbane ma anche un nutrito gruppo di capricci architettonici. Esemplare della cifra poetica di Albotto, il presente capriccio lagunare traduce con raffinata sensibilità lo spirito del maestro, reinterpretandolo con una impronta narrativa vivace e una gestualità pittorica più sciolta. Benché non si conosca un prototipo diretto di mano di Marieschi, si registrano numerose repliche del soggetto realizzate da Albotto, tra cui spicca quella già appartenuta alle collezioni del Castello Sforzesco di Milano, parte di una suite di quattro tele comprendenti: Capriccio con edificio gotico e personaggi eleganti, Capriccio con arcoclassico e personaggi eleganti e Capriccio con monumenti equestri e obelisco (3). In origine riferita a Bernardo Bellotto, la serie fu attribuita a Marieschi da Gino Fogolari (1909), affascinato dalle minute figure in costume d’epoca e dall’eleganza compositiva delle vedute. Dopo un palleggiamento attributivo durato sessant’anni, attraverso un rigoroso esame condotto da Mercedes Precerutti-Garberi, si giunse a una revisione critica: la studiosa evidenziò l’assenza, in quelle tele, della vitalità dinamica e dell’intensità pittorica tipiche di Marieschi, orientando l’attribuzione verso un abile collaboratore della sua bottega. Con l’emergere del dipinto firmato, tale collaboratore poté essere finalmente identificato con Francesco Albotto, cui oggi si riconosce la paternità dell’intero ciclo. Nell’opera Capriccio con paese lagunare, gli edifici, delineati con cura e senso scenografico, incorniciano una piazza popolata da un’umanità garbata e teatrale, dove nobili, popolani e viandanti si incontrano in un racconto quotidiano dalla forte valenza evocativa. Le comparse, rese con una pittura grumosa e una pennellata sfrangiata, assumono una presenza vibrante, lievemente allungata e stilizzata. L’artista indugia con piglio narrativo su vari episodi: le contrattazioni tra le bancarelle in primo piano, le passeggiate delle dame, l’arrivo e la partenza dei traghetti, le conversazioni tra paesani, l’accoglienza degli ospiti. Episodi minori, ma descritti con tale minuzia e partecipazione da rendere la scena pulsante di vita, in un equilibrio tra realtà e finzione. Rispetto alla tela milanese, quest’opera presenta una composizione più calibrata e una resa pittorica più sciolta e corposa. Particolari aggiuntivi – come i cagnolini che attraversano distrattamente la scena, o i panni stesi al balcone – conferiscono al dipinto un tono più disinvolto e vivace. La stretta coerenza iconografica e stilistica con la serie del Castello Sforzesco suggerisce una datazione attorno alla fine degli anni Quaranta del Settecento, in una fase in cui l’artista si muove ancora nel solco del maestro, pur affermando progressivamente una voce pittorica distinta. Il dipinto si configura così non solo come una preziosa testimonianza del suo talento, ma anche come un tassello importante nella ricostruzione del rapporto tra invenzione marieschiana e interpretazione albottiana.
Capriccio con paese lagunare
1745-50, olio su tela, cm 74 x 97
Provenienza: Frost & Reed Gallery, Londra
Expertise: prof. Dario Succi
Bibliografia:
1. F. Albotto, Palazzo Ducale visto dal mare, New York, Sotheby, Parke-Bernet, 17-18 maggio 1972, n. 137;
2. R. Pallucchini, Francesco Albotto, erede di Michele Marieschi. In: Arte Veneta, XXVI, 1972;3. D. Succi, Capricci veneziani del Settecento. Torino: Allemandi, 1988, pp. 167-173, figg.1-4.


